Senato approva risoluzione sulla Birmania
Approvata risoluzione per la democrazia in Birmania, la liberazione dei detenuti politici e degli arrestati. negativa la decisione di organizzare e finanziare la pertecipazione di funzinari birmani a corso di formazione in diritto umanitario in Italia, in violazione del principio della Posizione comune EU e tanto piu' che sino ad oggi l'Italia non ha mai finanziato iniziative a sostegno delle organizzazioni democratiche.

Discussione della mozione n. 73 (procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento) sui diritti umani in Birmania (ore 10,50)

 

Approvazione della mozione n. 73 (testo 3)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione 1-00073, con procedimento abbreviato ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento, presentata dalla senatrice Soliani e da altre senatrici, sui diritti umani in Birmania.

Ha facoltà di parlare la senatrice Soliani per illustrare tale mozione.

SOLIANI (Ulivo). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghe e colleghi, è l'amore per la libertà, il bene più grande per il quale nella vita si possono affrontare i più grandi sacrifici, e il rispetto per la dignità di una donna straordinaria che si è identificata con il suo popolo che hanno mosso me e ad altri 74 senatori di diversi Gruppi politici di maggioranza e di opposizione a portare all'attenzione del Senato della Repubblica, con una mozione presentata nei mesi scorsi e oggi aggiornata, la condizione di una delle donne più coraggiose del nostro tempo, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, da anni agli arresti domiciliari, e quella del suo popolo, il popolo della Birmania, a cui è stato impedito di vivere nella democrazia dopo il trionfo della Lega nazionale per la democrazia nelle elezioni del 1990 con l'82 per cento dei consensi; un popolo che c'è caro per la sua storia, la sua cultura, la sua sofferenza a causa della violazione dei diritti umani a cui è sottoposto dalla giunta militare al potere da più di 45 anni.

Siamo certi che la nostra iniziativa corrisponda al comune sentire democratico dell'Italia, nella consapevolezza che il destino dell'umanità è uno solo e che la pace e il progresso dei popoli, di ogni popolo sono un bene per tutti. Questo è lo spirito e la lettera della nostra Costituzione che, all'articolo 11, ripudiando la guerra, promuove e favorisce le organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia.

Dal secondo conflitto mondiale in poi la pace e il diritto, i diritti umani fondamentali sanciti dalle Carte internazionali, sono la base della convivenza umana ma oggi nel mondo globale lo sono ancora di più. Non solo l'economia e i commerci ma i diritti universali, la libertà, l'autodeterminazione e la sovranità dei popoli rendono fecondi i rapporti internazionali, sviluppano l'interdipendenza tra i popoli e gli Stati, costruiscono i nuovi scenari geopolitici del mondo.

Questa è la ragione fondamentale che ci spinge oggi a discutere qui, esprimendo la volontà del nostro Paese nel mondo di cui siamo parte, affinché i diritti umani fondamentali siano affermati ovunque e in particolare nei luoghi in cui sono più violati come la Birmania, di cui Aung San Suu Kyi è simbolo e speranza.

Figlia dell'eroe nazionale Aung San, considerato il padre della Nazione, ucciso nel 1947 a 32 anni agli albori dell'indipendenza della Birmania, alla quale aveva dedicato la vita, Aung San Suu Kyi è da anni alla guida del movimento per la democrazia nel suo Paese, sacrificando a questo scopo gli affetti familiari più cari così da identificarsi con la storia del suo popolo e il suo anelito alla democrazia.

Aung San Suu Kyi ha conosciuto e apprezzato la filosofia gandhiana della non violenza fin da bambina, in India, dove ha vissuto al seguito di sua madre ambasciatrice. Ha avuto una formazione cosmopolita: ha studiato ad Oxford, ha lavorato all'ONU, ha sposato un inglese ed ha avuto due figli dai quali è stata costretta a separarsi quando, tornata nel 1988 in Birmania per assistere la madre, si è trovata coinvolta nella lotta contro il regime militare e, in piena repressione, ha detto no all'offerta di andare in esilio preferendo restare nel Paese, detenuta nella sua casa senza possibilità di alcun contatto con l'esterno.

In diverse occasioni in questi anni, e negli ultimi mesi in particolare, la stampa nazionale e internazionale e l'opinione pubblica mondiale hanno parlato di lei. Il 19 giugno scorso, in occasione del suo sessantaduesimo compleanno, nella città di Roma in Campidoglio e in altre parti del mondo si è manifestato l'auspicio della sua liberazione.

Ma è l'intera situazione della Birmania ad essere all'attenzione del mondo ed anche alla nostra. La dichiarazione finale della IV Conferenza sulla Birmania delle Confederazioni internazionali dei Sindacati, svoltasi a Katmandu in Nepal, il 3 e 4 aprile scorsi, con la partecipazione di leader e rappresentanti del movimento democratico birmano in esilio, dà conto dei rapporti dettagliati sullo stato della repressione del Paese, con particolare riferimento ai diritti sindacali e del lavoro, allo sfruttamento e al lavoro forzato di donne e bambini, e della condizione economico-sociale generale, della distruzione e del taglio illegale di foreste di teak, della produzione e del traffico di sostanze stupefacenti, della priorità assoluta nel bilancio nazionale alle spese militari, oltre che della mancanza di sostegno alle necessità elementari del popolo in materia di sanità e di istruzione. Noi sappiamo bene che la militarizzazione del Paese ha reso la Birmania un Paese poverissimo, senza ospedali, né scuole, né trasporti, senza protezione sociale, senza libera informazione, senza democrazia, senza libertà: un Paese carcere.

La stampa italiana ci ha informato del fatto che, recentemente, la chiusura alle informazioni della Giunta ha impedito perfino, nelle settimane scorse, di portare aiuti nelle zone colpite dalle inondazioni. Sono giunte notizie, in questi giorni, di ulteriori arresti per le manifestazioni contro gli aumenti del gas e del diesel, e di condanne per sedizione di sei sindacalisti a 20 e 28 anni di carcere, con un processo a porte chiuse, per avere organizzato un seminario sui diritti dei lavoratori il primo maggio all'American Center dell'Ambasciata americana.

Ma la solidarietà internazionale è forte. Proprio la settimana scorsa, il 7 settembre, è stato assegnato a Palermo il Premio internazionale «Padre Pino Puglisi» 2007 al sindacalista birmano Zaw Tun, che lo ha ritirato in nome del sindacato birmano FTUB. Era presente, tra gli altri, il Vice presidente di quest'Assemblea, senatore Gavino Angius. Inoltre, gli organismi unitari di CGIL, CISL e UIL del 12 settembre scorso hanno approvato un ordine del giorno per la liberazione dei sindacalisti condannati in Birmania.

Il destino della Birmania non riguarda solo la Birmania. Noi abbiamo ben presente il futuro geopolitico del mondo a partire dall'area asiatica ed il ruolo di grandi Paesi, come la Cina e l'India. Nella crescita economica di quell'area si colloca la Birmania, Paese ricco di risorse ma povero e stremato nelle sue energie. La prosperità della Birmania nell'economia e nella vita sociale è fondamentale per tutta l'Asia e solo il ripristino del diritto e della democrazia ed il rispetto dei diritti umani possono consentirle un pieno inserimento nella comunità internazionale.

A noi sta a cuore il futuro della Birmania, come sta a cuore a tutti i Paesi e all'Organizzazione delle Nazioni Unite, e per questo motivo auspichiamo l'apertura di una nuova fase sul piano internazionale e sul piano interno. Sul piano internazionale, il nostro Paese ha concorso alla presentazione da parte dell'Unione europea di una risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Myanmar, così si chiama la Birmania dal 1988, che è stata adottata dalla Terza Commissione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Recentemente, alla vigilia del quarto anniversario dell'arresto di Aung San Suu Kyi, l'Unione Europea ha adottato una dichiarazione con la quale si invoca il suo rilascio.

Noi chiediamo che in tutte le sedi internazionali competenti, nel Consiglio di sicurezza dell'ONU come nell'Unione europea, l'Italia si adoperi perché sia restituita la libertà ad Aung San Suu Kyi e si avvii una nuova fase interna, di dialogo tra le parti, le etnie e le organizzazioni sociali, per la transizione pacifica verso la democrazia attraverso un processo di riconciliazione.

Sappiamo che in questo il ruolo di Aung San Suu Kyi è fondamentale. Nel 1995, a Pechino, alla quarta conferenza mondiale delle donne promossa dall'ONU per l'uguaglianza, lo sviluppo e la pace, è stato affermato, nel nome di tutti i popoli, l'impegno delle donne perché sotto tutti i cieli i diritti delle donne fossero rispettati.

Oggi facciamo nostro questo impegno per la liberazione di Aung San Suu Kyi. Una donna che esprime come poche la coscienza femminile democratica del mondo. In un'intervista di 11 anni fa a RAI Educational Aung San Suu Kyi ha manifestato tutta la sua straordinaria ricchezza umana e spirituale. Richiesta di indicare alcune opere particolarmente significative nella storia dell'umanità, Aung San Suu Kyi indicava i poemi indiani Ramayana e Mahabharata, la statua di Vishnu dormiente nella valle di Katmandu, la vetrata di Marc Chagall alle Nazioni Unite, la musica di Mozart insieme al canto gregoriano.

Il valore di questa donna ci appartiene. Lei stessa spiega che a fondamento della sua azione c'è la fede buddista, con i suoi valori di verità, giustizia e compassione che, dice «sono spesso i soli baluardi contro un potere inumano»

Con queste premesse la politica di Aung San Suu Kyi non può che essere una buona politica. Una politica necessaria per la Birmania e per il mondo. Ed è per questo che pensiamo che ora vi possano essere le condizioni migliori per l'apertura di un dialogo vero in Birmania con il sostegno internazionale, che liberi il popolo e apra nuove prospettive di progresso e di unità.

La via di Aung San Suu Kyi, di verità e di non violenza, è un patrimonio universale, inestimabile per l'intera umanità. Chiediamo oggi che il nostro Paese sostenga con nuove iniziative Aung San Suu Kyi e la Birmania democratica: chiediamo al Governo di attuare pienamente la risoluzione dell'ILO del 2000, di sostenere alla prossima riunione del Consiglio UE il rafforzamento della posizione comune dell'Unione europea, inserendo anche le imprese del settore del legno nel blocco degli affari, di sostenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU e di lavorare tenacemente perché la Cina e l'India, strategiche e fondamentali per questo obiettivo, modifichino la loro posizione. Chiediamo un impulso forte alle iniziative delle organizzazioni non governative e delle associazioni internazionali rivolte al popolo birmano.

Per una libera iniziativa di parlamentari di entrambi gli schieramenti politici è sorta di recente nel Parlamento italiano l'associazione interparlamentare amici della Birmania che ha già avviato incontri, in particolare con Daw San San, responsabile della National League for Democracy, ed inviato una lettera al ministro degli affari esteri, D'Alema.

Signor Presidente, siamo certi che il dibattito di queste ore a seguito della mozione che abbiamo presentato segnerà un passo in avanti non solo per l'interesse generale della Birmania, ma per la coscienza democratica del mondo.

Ovunque la libertà è offesa, limitata è la nostra libertà ad essere offesa e limitata. Ovunque cresce il dialogo democratico è la coscienza democratica del mondo che diventa più forte; ovunque si apre per un popolo la via della libertà, è la storia intera dell'umanità che è percorsa dal vento della libertà. E se è vero che ogni popolo ha la sua ora per la liberazione e il suo tempo di resistenza, oggi è più che mai vero che il tempo della libertà nel mondo globale è in ogni luogo, è per tutti, è per sempre.

Il mio e il nostro auspicio è che il Governo italiano oggi esprima in ogni sede, con intelligenza e forza, questi sentimenti e questa volontà dell'Italia. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, SDSE e Aut).

PRESIDENTE. Non essendovi iscritti a parlare nella discussione, ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, che invito altresì ad esprimere il parere sulla mozione in esame.

DI SANTO, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. L'Italia sta seguendo con grande attenzione ed apprensione gli sviluppi del quadro interno birmano, che ha subìto un preoccupante deterioramento dopo i disordini delle ultime settimane e gli arresti di numerosi esponenti dell'opposizione. Dopo le prime manifestazioni contro l'aumento del costo dei carburanti la Presidenza dell'Unione Europea ha diramato a nome nostro e di tutti i partner europei un comunicato di condanna, sollecitando il rilascio degli attivisti e l'avvio di un dialogo aperto ed inclusivo con tutte le componenti della società civile.

La prima tappa della road map per la democrazia, varata dalla Giunta birmana nel 2003, la convenzione nazionale, si è conclusa il tre settembre, senza registrare alcun progresso sulla via del dialogo e della riconciliazione nazionale. I suoi lavori si sono chiusi senza indicazioni sui tempi dei prossimi passi: stesura della Costituzione, referendum costituzionale, elezioni. Il clima di tensione nel quale si sono svolti i lavori, la non inclusività del processo, l'assenza di un calendario sui seguiti ed i limiti evidenziati dal contenuto dei principi costituzionali sanciti dalla convenzione, concorrono a delineare un quadro delicato e controverso sul quale l'Italia manterrà, in stretto coordinamento con i partner dell'Unione Europea, un costante monitoraggio.

Abbiamo effettuato proprio in questi giorni un passo presso l'ambasciata del Myanmar a Roma, al fine di esprimere la preoccupazione italiana per gli sviluppi della situazione del Paese e per ribadire la posizione comune raggiunta a Yangon dai rappresentanti UE. Una posizione con cui l'Italia ed i partner europei esprimono il proprio disappunto per il fallimento della convenzione nazionale, condannano il clima di repressione verificatosi in tutto il Paese nelle ultime settimane e richiamano il Governo di Myanmar al rilascio di tutti i prigionieri politici.

Le attese della comunità internazionale sulla questione birmana sono in questa fase legate al mandato di buoni uffici del consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite Ibrahim Gambari, che ha compiuto nei mesi scorsi un giro di consultazione nelle principali capitali interessate, in preparazione di una sua prossima missione a Yangon. L'Italia sostiene il mandato di Gambari, di cui condivide l'approccio costruttivo e «complessivo» che abbraccia tutti gli aspetti della problematica (inclusi i temi dell'aiuto umanitario, bambini e conflitti armati, lotta alla droga, obiettivi del Millennio, educazione, lavoro forzato, sanità). Anche in qualità di membri del Consiglio di Sicurezza intendiamo rinnovare il nostro supporto agli sforzi di Gambari favorendo il mantenimento di una posizione comune di pieno sostegno al suo mandato.

La missione di Gambari si ispira agli stessi presupposti dell'iniziativa italiana «Friends of the Bangkok Process» (da noi rilevata dalla precedente leadership tailandese), improntata al dialogo critico e costruttivo con Rangoon, che nel novembre del 2005 ci ha visti promotori di un incontro a livello di alti funzionari al quale hanno partecipato rappresentanti europei, asiatici e - per la prima e sinora unica volta - un delegato del Myanmar. Riteniamo infatti che formule di dialogo critico costituiscano lo strumento più efficace per tentare di promuovere sviluppi in Myanmar. Una posizione di totale chiusura finirebbe invece per rafforzare l'auto-isolamento della Giunta ed arrecare ulteriori sofferenze alla popolazione civile.

In questa ottica assume carattere prioritario la ricerca di un più stretto raccordo con i principali attori della scena birmana per compiere passi convergenti e trasmettere messaggi coerenti alla leadership di Yangon. Un ruolo chiave spetta ai partner asiatici, in particolare ai Paesi ASEAN, Cina e India, legate al Myanmar da interessi economici e strategici, che permettono a Pechino e a Nuova Delhi di esercitare un'influenza rilevante sulla Giunta. Anche l'ASEAN - su impulso in particolare di Filippine, Malesia, Indonesia e Singapore - ha gradualmente assunto toni meno concilianti verso il regime del Myanmar, esprimendo da ultimo forte preoccupazione per i più recenti avvenimenti.

L'Italia si è costantemente adoperata in ambito UE e nelle altre sedi opportune per la liberazione di quella straordinaria donna che è Aung San Suu Kyi. Alla vigilia del rinnovo degli arresti domiciliari nel maggio scorso, l'Unione Europea ha adottato una dichiarazione per richiedere il rilascio della leader della Lega Nazionale per la Democrazia e degli altri prigionieri politici. All'indomani della proroga, l'UE ha diramato un successivo comunicato esprimendo disappunto ed invitando il Governo birmano a rivedere la sua posizione in un'ottica di dialogo inclusivo, riconciliazione e cambiamento democratico. In materia di tutela dei diritti dell'uomo, l'Italia ha organizzato e finanziato, per il prossimo ottobre, la partecipazione di funzionari birmani ad un corso di formazione in diritto umanitario, diritti umani e diritto dei conflitti armati presso l'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario di Sanremo.

L'adesione birmana alla nostra iniziativa costituisce per noi un significativo risultato anche alla luce della materia trattata, che interpretiamo come un segnale comunque positivo e come un riconoscimento per il nostro attivo impegno nella ricerca di un dialogo costruttivo con le autorità birmane.

In ambito Nazioni Unite lo scorso anno l'Italia ha attivamente concorso alla presentazione da parte della Unione Europea di una risoluzione su Myanmar, che è stata adottata dalla terza Commissione dell'Assemblea generale dell'ONU, nella quale abbiamo ottenuto l'inserimento di un esplicito richiamo al lavoro forzato. In gennaio abbiamo inoltre sostenuto la bozza di risoluzione proposta in Consiglio di sicurezza dagli Stati Uniti, poi respinta a causa del veto posto da Cina e Russia.

Nel dialogo con le agenzie internazionali registriamo il confortante esito delle missioni compiute nei mesi scorsi da alti funzionari ONU competenti in materia di bambini soldato e aiuto umanitario, nonché gli sviluppi relativi alla cooperazione con l'Organizzazione internazionale del lavoro, in particolare la firma, il 27 febbraio scorso, del protocollo d'intesa istitutivo di un meccanismo di denuncia che auspichiamo possa costituire un valido strumento nella lotta al lavoro forzato. L'Italia è molto sensibile ai bisogni della popolazione civile, è infatti opinione condivisa anche a livello UE che nel rispetto della posizione comune non si debbano risparmiare sforzi per lenire le sofferenze del popolo birmano e a tale scopo è unanime l'obiettivo di intensificare l'aiuto rivolto alla popolazione. Con questo spirito negli ultimi anni il Governo italiano ha promosso alcune qualificate iniziative volte a rispondere ai bisogni del popolo birmano, soprattutto in campo medico sanitario.

Particolare attenzione è stata rivolta anche al problema della droga mediante interventi realizzati con l'UNODC. L'Italia intende continuare ad impegnarsi anche in qualità di membro del Consiglio di sicurezza per la ricerca di soluzioni in grado di innescare una dinamica positiva nella questione birmana e di favorire un miglioramento della situazione sul piano dell'avvio di un autentico processo democratico aperto alla partecipazione di tutte le componenti della società birmana e della tutela dei diritti dell'uomo.

Alla luce delle considerazioni che ho esposto, la posizione del Governo sulla parte dispositiva della mozione è la seguente.

I paragrafi 1 e 3 sono accettabili. Come ho avuto modo di sottolineare, il Governo italiano è già fortemente impegnato nel tentativo di promuovere il rispetto dei diritti umani in Myanmar. Condivide quindi senza esitazioni l'incitazione a proseguire su questa strada.

Proprio in questo spirito pienamente costruttivo, il Governo ritiene invece auspicabile un affinamento del paragrafo 2. In particolare: l'invito a promuovere un inasprimento della posizione comune della UE non è accettabile, in quanto tale inasprimento difficilmente produrrebbe dei risultati e rischierebbe invece di rafforzare l'auto-isolamento della giunta arrecando ulteriori sofferenze alla popolazione civile. L'Italia si è costantemente adoperata per ricercare un dialogo critico con le Autorità birmane, sostenendo che formule di dialogo costruttivo, seppure fortemente critico, costituiscano lo strumento più efficace per promuovere sviluppi in Myanmar. Per questo riteniamo che gli obiettivi individuati dalla posizione comune rimangano validi e che si tratti piuttosto di adoperarsi per raggiungerli.

Circa la parte relativa all'impegno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ad un'eventuale risoluzione, ho avuto modo di ricordare che questa strada è stata già percorsa, senza successo, nel gennaio scorso. Purtroppo, in quell'occasione, una risoluzione, anche da noi sostenuta, ha incontrato il veto di Cina e Russia. In questa fase, è preferibile tentare altre vie, per evitare di scontrarsi con gli stessi problemi. Più proficuo potrebbe rivelarsi, in particolare, assicurare un pieno sostegno ad un'azione più efficace del Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Pertanto, il paragrafo 2 è accettabile nella seguente riformulazione: «ad adoperarsi per il raggiungimento degli obiettivi indicati dalla posizione comune della UE e a sostenere l'impegno e gli sforzi del Segretario Generale delle Nazioni Unite nei confronti della situazione in Myanmar» sostenendo ugualmente le iniziative in tal senso nelle istanze delle Nazioni Unite e, qualora ne esistano le condizioni, anche in Consiglio di Sicurezza.

 

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della mozione.

BULGARELLI (IU-Verdi-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BULGARELLI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, intervengo a nome del Gruppo Insieme con l'Unione-Verdi-Comunisti Italiani per esprimere il nostro voto favorevole, anche se ci saremmo aspettati pieno accoglimento da parte del Governo di questo atto di sindacato ispettivo.

Colgo anche l'occasione per aggiungere la mia firma a questo atto di sindacato ispettivo, che probabilmente mi era sfuggito, in cui la senatrice Soliani è stata più che esaustiva. Analizzando l'atto oggi in esame in riferimento al penultimo paragrafo del dispositivo, in cui si chiede che «sia garantita la piena facoltà di espressione a tutti gli esponenti della Lega nazionale per la democrazia in Birmania», concordando sul fatto che la Lega nazionale per la democrazia in Birmania è l'organizzazione, il partito politico che meglio rappresenta Aung San Suu Kyi, proponiamo di allargare il concetto richiamando il fatto che alle elezioni del 1990 si presentarono oltre 20 partiti politici ai quali oggi non è dato neppure diritto di tribuna in quel Paese (in cui vige un regime militare, come dicevamo) e che ad essi viene oggi negata qualsiasi tipo di espressione democratica interna.

Parlare di Aung San Suu Kyi oggi vuol quindi dire parlare della Birmania, di un Paese martoriato da decenni di violenta dittatura, che ha imposto l'arbitrio come legge e come modalità di governo. Ma va anche ricordato che esiste una campagna sulla Birmania, lanciata nel nostro Paese da un sindacato (in questo caso, la CISL) ma anche da associazioni e organizzazioni ecologiste come il WWF, Greenpeace e Lega ambiente, che ha prodotto un appello in cui si offre uno spaccato di un Paese che ha raggiunto il triste primato di essere il primo produttore di metanfetamina al mondo, il secondo per la produzione di oppio (la Birmania rientra nel cosiddetto triangolo d'oro), il primo quanto a presenza di bambini-soldato e di lavoro forzato. Si tratta, dunque, di un Paese che non appare spesso sui media e all'attenzione dell'ordine pubblico proprio per la violenta censura interna che viene esercitata da quello che di fatto è un regime.

Ricordava prima la senatrice Soliani le spese militari sostenute in quel Paese, dove d'altronde vige una dittatura militare: pensate che ha il quindicesimo esercito al mondo ed è il decimo Paese quanto a spese militari. Questa è la Birmania.

Del Nobel per la pace abbiamo già parlato, ma bisogna parlare anche delle centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini tuttora costretti al lavoro forzato da parte sia dei militari che delle autorità locali, persone spesso obbligate a deportazioni forzate in un Paese in cui sono comuni la detenzione, le esecuzioni, le torture, gli stupri che vengono utilizzati come mezzi di potere. Nonostante questo, le associazioni della vita civile, compresi i sindacati (va ricordato che il sindacato birmano, l'FTUB, è stato dichiarato organizzazione terroristica dal regime militare) proseguono le manifestazioni di protesta: le ultime sono avvenute nel mese di agosto; in Parlamento e sicuramente come Gruppo, non possiamo che esprimere, credo, preoccupazione per il numero di arresti effettuato nell'occasione, del quale non abbiamo una stima precisa, in quanto non sappiamo quante siano le persone arrestate nel corso delle manifestazioni che - va ribadito - sono di tipo pacifico e contro una dittatura militare.

Da questo punto di vista, accanto alle violazioni dei fondamentali diritti umani e del lavoro - anche a questo ha dato risalto la senatrice Soliani - vi è pure la gravissima violazione dei diritti ambientali: la distruzione e il taglio illegale delle foreste di teak, il dissennato sfruttamento minerario, la costruzione delle dighe sul fiume Sal Wen che ridurranno alla povertà oltre 500.000 contadini e pescatori, danneggiando irrimediabilmente l'ecosistema locale. Ecosistema già danneggiato anche dalla dittatura militare presente all'interno di quel Paese.

Sappiamo che il Governo sta monitorando la situazione in Birmania. L'abbiamo colto anche il sette di questo mese, nelle dichiarazioni assolutamente condivisibili rilasciate in quel caso dal sottosegretario Vernetti: chiediamo un maggiore impegno in tal senso.

Il Gruppo cui appartengo ed io personalmente non concordiamo con l'adozione di forme di boicottaggio perché la storia, la politica ci insegnano che tutti i boicottaggi di tipo economico e culturali adottati nei confronti di altri Paesi hanno sempre comportato il peggioramento della vita e delle condizioni delle persone che vivono in quei Paesi, soprattutto dei bambini. Purtroppo, anche noi abbiamo preso parte a queste forme di «dissuasione» (così si dice in politichese), ad esempio, nei confronti dell'Iraq, oppure nei confronti di Cuba e di altri Paesi.

Chiediamo però che questa posizione venga tenuta anche nei confronti di tutti gli altri Paesi altrimenti vi sarà sempre - citando Orwell - qualcuno che è più uguale degli altri, il famoso undicesimo comandamento.

Crediamo quindi che da parte del Governo vi debba essere una presa di posizione chiara all'interno di tutti gli Organismi internazionali, come viene chiesto dall'atto ispettivo presentato dalla senatrice Soliani, senza timori, tentando contemporaneamente di fare tutto il lavoro possibile per riuscire a trovare una soluzione anche se credo sia inutile perché, considerata la situazione presente in quel Paese, trovo difficoltà a credere che una via troppo diplomatica possa aiutare la democrazia.

Quindi, forme di pressione sicuramente si, facendo però attenzione a non danneggiare ulteriormente le condizioni della popolazione civile in quel Paese, anche perché i dati ci dicono che le conseguenze delle guerre a livello globale e delle varie forme di boicottaggio sono subite, per il 90 per cento, dalla popolazione civile; sicuramente non da chi detiene il potere all'interno di quei territori. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, RC-SE e SDSE).

IOVENE (SDSE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

IOVENE (SDSE). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, parliamo oggi di un Paese straordinario, tra i più belli e affascinanti al mondo, eppure un Paese nel quale il popolo drammaticamente vive da oltre 50 anni sotto una dittatura militare durissima in cui sono negate le più elementari libertà politiche e sindacali: come è stato ricordato, Aung San Suu Kyi dal 2003 è nuovamente agli arresti, 92 deputati di quel Paese sono da anni in esilio e solo ultimamente sei sindacalisti, semplicemente per avere organizzato il 1° maggio scorso un seminario sui diritti sindacali, sono stati condannati a 28 e 20 anni di carcere, un Paese in cui un sindacalista, Myo Ang Thant, da 10 anni è in prigione ed è stato condannato all'ergastolo solo perché sindacalista. Un regime militare basato sul lavoro forzato, sull'uso massiccio del lavoro forzato, sulle deportazioni di massa, sull'uso di bambini soldato, sul traffico di oppio e metanfetamine, sull'esercizio della violenza sistematica nei confronti delle donne.

Ma la discussione che svolgiamo oggi è però attualissima, visto che proprio nei giorni scorsi quel regime è stato scosso ed ha reagito con una durissima repressione nei confronti di lavoratori e cittadini che hanno avviato proteste contro gli aumenti drammatici (fino al 500 per cento su carburanti e materie prime, tra cui il riso che costituisce un elemento base per l'alimentazione) avvenuti intorno al 15 agosto e che hanno portato nei giorni scorsi al fermo di oltre 150 persone.

L'opinione pubblica italiana da tempo segue con attenzione le sorti di quel Paese, le sofferenze di quel popolo. Proprio ieri i sindacati CGIL, CISL e UIL hanno approvato un ordine del giorno per la libertà dei sindacalisti arrestati e condannati e per l'avvio di un processo che porti alla libertà sindacale e di manifestazione.

Io penso, a nome del Gruppo Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo, che l'approvazione unanime di questa mozione oggi nell'Aula del Senato possa sollecitare, impegnare ancor di più il Governo, che si è espresso nelle parole del sottosegretario Di Santo, a moltiplicare gli sforzi in tutte le sedi internazionali, a partire dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ho ascoltato le considerazioni del Sottosegretario, ma anche su altre materie ci siamo trovati a doversi scontrare con difficoltà, veti, obiezioni da parte di altri componenti del Consiglio di Sicurezza: ricordo tra tutte la moratoria delle esecuzioni capitali. Ma questo non ci esime dal continuare e dal tentare ancora, dall'insistere in tutte le sedi internazionali perché si arrivi alla liberazione di Aung San Suu Kyi; perché si affermi il rispetto dei più elementari diritti umani, di quelli politici e sindacali; perché si attui pienamente la Risoluzione dell'ILO, Organizzazione internazionale del lavoro del 2000, contro il lavoro forzato; perché si rafforzino tutti i controlli e le iniziative affinché non si aggiri l'embargo per le forniture di armi del regime di Rangoon, previsto dalla posizione comune dell'Unione Europea.

Vorrei ricordare al Sottosegretario che, secondo un rapporto di Amnesty International, il Governo indiano sta trasferendo alla giunta militare birmana degli elicotteri d'attacco, che ha anche delle componenti prodotte in Italia. Dobbiamo rafforzare, da questo punto di vista, l'azione perché non si aggiri in nessun modo l'embargo per la fornitura di armi, appunto previsto dalla posizione comune dell'Unione Europea; affinché insomma anche il popolo birmano, con il contributo della comunità internazionale, possa vivere senza più gli orrori che ha conosciuto e subìto nel corso degli ultimi cinquant'anni. (Applausi dai Gruppi SDSE, Ulivo e RC-SE).

MARTONE (RC-SE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MARTONE (RC-SE). Signor Presidente, annuncio il voto favorevole del mio Gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea a questa mozione, che la senatrice Soliani ha avuto l'ardore ed il coraggio di presentare e che abbiamo anche voluto aggiornare, visti appunto i recenti ed ultimi sviluppi. E lo faccio con grande convinzione, con la convinzione mia e delle colleghe e dei colleghi, che già dalla scorsa legislatura hanno lavorato alacremente per seguire la situazione birmana, incontrando rappresentanti dei movimenti sindacali del Governo birmano in esilio e presentando, maggioranza ed opposizione, ben due risoluzioni e mozioni, che sono state discusse e mai inspiegabilmente votate dall'Aula.

Quindi, oggi, colmiamo anche un ritardo e faremo in modo che le dichiarazioni ed il pronunciamento del Senato si vadano ad aggiungere a quello di altri organismi parlamentari, alle richieste ed alle sollecitazioni che ci provengono dal Governo birmano in esilio, dai movimenti sindacali. In particolare, vorrei ricordare il ruolo importante della CISL in questa campagna e di tutti coloro che hanno a cuore la libertà ed i diritti umani in quel Paese.

Ho conosciuto personalmente il dramma birmano ben dieci anni fa, incontrando a Chiang Mai in Thailandia i rappresentanti dell'esercito di liberazione Karen. Erano giovani studenti universitari che mi raccontarono il dramma che vissero nel 1988, quando la giunta militare non esitò a sterminare quegli studenti che stavano manifestando pacificamente. Mi raccontavano, appunto, il loro dramma di avere tra le loro braccia dei loro compagni di studi uccisi dalle armi. Poi ho avuto occasione, con altri colleghi, di approfondire il tema e quindi di incontrare anche al Senato tutti coloro che stanno cercando di lavorare per una transizione democratica, non violenta e pacifica in quel Paese; un Paese che oggi vive una tragedia, ormai vissuta da decenni, senza che la comunità internazionale riesca a scalfire significativamente la protervia e la crudele determinazione del regime militare che tiene appunto quel popolo sotto un pugno di ferro.

È un regime, questo, che oggi purtroppo, va constatato, riesce a giovarsi di un complicato intreccio di relazioni politiche ed economiche e di un rinnovato interesse geostrategico alle sue risorse naturali. La Cina e l'India oggi si contendono una posizione privilegiata verso la Birmania, la Cina stringendo accordi multimiliardari per lo sfruttamento del gas naturale e l'India facendo altrettanto, però cercando di agevolare l'esportazione, soprattutto di armi. Addirittura la Corea del Nord ha riaperto le relazioni diplomatiche dopo anni e anni di gelo. Tra l'altro, c'è un inviato della giunta militare birmana che sta andando in Corea del Nord per cercare di aprire una relazione di cooperazione al fine di costruire una centrale nucleare in Birmania; una cattedrale nel deserto, che la dice lunga anche su come la giunta militare voglia continuare a mantenere saldo nelle sue mani il potere.

Come ha detto il senatore Iovene, anche noi abbiamo delle responsabilità perché, proprio grazie alle maglie larghe delle normative europee sull'esportazione di armamenti in Paesi terzi, oggi ci troviamo di fronte a una situazione paradossale nella quale un elicottero prodotto in India con componenti europee, tra cui anche italiane, verrà esportato in Birmania e verrà utilizzato da quell'esercito e da quel Governo per continuare nella sua opera di repressione, in un Paese dove il 40 per cento del bilancio dello Stato viene assorbito dalle spese militari e, per contro, solo lo 0,3 per cento viene speso per l'assistenza sanitaria, mentre quello stesso Paese vede migliaia e migliaia di persone cadere malate di AIDS, di malaria o di tubercolosi.

C'è poi un accordo che l'Italia ha concluso con l'India per la cooperazione nel settore della difesa. Noi ci siamo astenuti su quell'accordo, proprio perché vedevamo un rischio enorme, poi confortato dalle denunce di Human Rights Watch, di un allentamento del controllo della legge n. 185 del 1990, della possibilità che anche sistemi d'arma italiani o coprodotti possano andare a finire in Birmania; purtroppo il caso, la storia e l'evidenza ci hanno dato ragione.

Stretto quindi da giochi d'interesse geopolitico e geostrategico e dalla retorica dell'esportazione della democrazia, che non ci appartiene, il popolo birmano continua a soffrire. Soffre della repressione spietata scatenata dopo le recenti proteste causate dall'aumento indiscriminato dei prezzi del carburante, che ha portato all'aumento notevole dei prezzi del cibo e dei trasporti pubblici. Oltre 2,5 milioni di birmani ogni giorno si muovono con i trasporti pubblici e oggi devono spendere il 90 per cento del loro salario soltanto per comprarsi il cibo. Già nel 2005 la giunta birmana decise di aumentare i prezzi del carburante di ben l'800 per cento.

Il Paese oggi ha un'inflazione che viaggia sul 20 per cento e aumenterà del 30 per cento nel 2008. Il reddito pro capite è di 225 dollari l'anno e ben il 90 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Questo è un paradosso, perché la Birmania, come è stato anche detto prima, era considerato uno dei Paesi più ricchi dell'Asia, soprattutto per la produzione agricola ma anche ora per l'enorme disponibilità di risorse naturali, teak, pietre preziose, gas naturale. Invece questi fondi che arrivano alla giunta militare birmana anche attraverso lo sviluppo dell'industria turistica (ci tengo molto a dirlo perché è un'industria che oggi è piagata dal lavoro schiavo) vengono utilizzati per armi o per costruire una nuova capitale a 450 chilometri da Rangoon (ci tengo a dire "Rangoon" e "Birmania", come tutti coloro che hanno a cuore la democrazia, e non "Myanmar", perché questo è il nome dato a quel Paese dalla giunta militare), una capitale lontana dagli sguardi dell'opinione pubblica nella quale vengono confinati gli amministratori e i funzionari dei Ministeri appunto per anestetizzare ogni forma di dissenso.

Un Paese che soffre la fame, la repressione, il lavoro schiavo e la violenza sessuale, lo stupro usato come arma di dissuasione militare e politica. Soffre nella persona del suo leader spirituale, appunto Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, che ha passato undici degli ultimi diciassette anni agli arresti domiciliari, e che soffre nel vedere i leader dei movimenti che hanno coordinato le ultime proteste, il cosiddetto Movimento 88, arrestati, alcuni torturati (uno morto sotto le torture), e nel constatare anche che, nonostante le pressioni internazionali, la giunta sta preparando il campo alla sua permanenza al potere.

In questa discussione è mancato un elemento: mi riferisco al fatto che, contemporaneamente alle proteste per l'aumento del carburante, la giunta militare ha chiuso un processo illegittimo, non trasparente, non democratico, che porterà, se non vi sarà una responsabilità seria da parte della comunità internazionale per disconoscere tale processo, ad adottare una Costituzione che rafforzerà il potere dei militari, escluderà i partiti democratici e quindi perpetuerà il potere dei militari stessi.

In conclusione, voteremo a favore di questa mozione, richiamando però un ultimo punto: la posizione del Governo italiano, purtroppo, rappresenta un notevole passo indietro rispetto a quanto il Parlamento europeo proprio qualche giorno fa ha esplicitamente raccomandato in termini di rafforzamento della posizione europea, chiedendo anche all'Italia di adoperarsi, insieme agli altri Stati membri del Consiglio di Sicurezza, per una nuova risoluzione vincolante. Non vorremmo che in questo caso le ragioni della diplomazia prendessero il sopravvento rispetto a quelle della politica, di un impegno che questo Governo ha preso nei confronti della Birmania e che a nostro parere dev'essere ulteriormente rafforzato e confermato. (Applausi dai Gruppi RC-SE, SDSE, IU-Verdi-Com e Ulivo).

MALAN (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MALAN (FI). Signor Presidente, intervengo innanzitutto per dichiarare in modo chiaro il voto favorevole di Forza Italia alla mozione di cui la senatrice Bianconi, che fa parte del mio Gruppo, è seconda firmataria. Vorrei sottolineare, nell'esprimere questo nostro voto, due punti principali.

In primo luogo, ringrazio i colleghi che hanno particolarmente sostenuto questa mozione per aver portato all'attenzione, focalizzandolo su un Paese, il problema dei diritti umani in generale, rispetto al quale mi pare ci sia un calo di sensibilità nonostante la grande attività e il grande impegno di molti, forse per paura, forse per un mancato o non sufficiente apprezzamento di ciò che rappresentano la libertà e la democrazia a cui ci stiamo abituando, forse non nel modo migliore. È importante sottolineare questo aspetto.

Oggi ci occupiamo della Birmania: sappiamo bene, credo, che i diritti umani sono conculcati in molti altri Paesi e che, dopo un periodo in cui c'è stata una tendenza positiva verso una maggiore libertà e democrazia nel mondo, siamo ora in una fase in cui si sta procedendo in un'altra direzione. Dunque, è importante, accanto naturalmente alla percezione generale di questo problema, impegnarsi su punti specifici, altrimenti si fanno solo enunciazioni di principio. Oggi ci occupiamo, appunto, della gravissima situazione birmana.

A tale riguardo, occorre ricordare la presenza di un convitato di pietra che è stato citato di passaggio sia dal senatore Martone sia dal rappresentante del Governo: mi riferisco alla Repubblica popolare cinese, che ha sostenuto, senza deviare dal suo percorso, il regime militare birmano fin dal 1988. Nessun altro Paese è stato così costantemente e direi acriticamente vicino alla giunta militare birmana, che ha perpetrato tutto quanto abbiamo sentito nel corso di questa discussione. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga il primo partner commerciale della Birmania: è un importante partner commerciale anche per Paesi assai più lontani, come per esempio il nostro, figuriamoci per la Birmania, e di conseguenza, fosse anche solo per questo, ha già forti responsabilità. Ma non si tratta solo di una responsabilità di relazioni commerciali: vi è un sostegno politico che, come dicevo, ha ben ricordato il Sottosegretario, sia pure di passaggio, sottolineando che il precedente tentativo di far passare alle Nazioni Unite una risoluzione a favore dei diritti umani della Birmania ha incontrato (guarda caso) il veto di Russia e Cina.

Sappiamo dunque chi è che potrebbe davvero agire ed esercitare reali pressioni sulla Birmania.

È stato sostenuto che i boicottaggi economici hanno generalmente scarso successo e spesso peggiorano la situazione di fasce della popolazione non colpevoli di quanto sta accadendo in un Paese. Credo che in questo senso si debbano fare dei distinguo: ogni situazione è diversa dall'altra. Questa, in particolare, ci suggerisce che, se il primo partner commerciale della Birmania non soltanto non partecipa al boicottaggio, ma sostiene attivamente, specialmente dal punto di vista militare, questa giunta, difficilmente un'azione di carattere economico da parte di altri Paesi potrà raggiungere qualche risultato, se non esprimere una condanna morale, un dissociarsi, una critica forte e in qualche modo resa concreta da un intervento di questo tipo.

Ritengo quindi che sia importante non dimenticare che cosa c'è dietro e accanto alla giunta militare birmana; essa non è una monade indipendente che non ha sostegno all'estero. Ciò bisognerebbe ricordarlo tenendo presente che fra undici mesi si celebreranno le Olimpiadi a Pechino, che saranno una colossale operazione di propaganda a favore di un regime dittatoriale, che a suo sua volta sostiene altri regimi dittatoriali.

Parlando della Birmania, sono dispiaciuto - come anche lo sono stati diversi colleghi del centro-sinistra - del fatto che il nostro Governo abbia in qualche modo ammorbidito il dispositivo di questa mozione. Credo che non dovremmo restare indietro rispetto ad altri, in particolare rispetto all'Unione Europea, nel sostenere azioni forti o quantomeno azioni simboliche presso le Nazioni Unite nei confronti della giunta militare, della feroce dittatura che c'è in Birmania.

Pertanto, il voto sarà favorevole, con il rammarico che la mozione è stata ammorbidita in alcuni punti. Certo, ci vuole realismo e bisogna tener conto delle esigenze della diplomazia, ma occorre anche avere le idee chiare e coerenza, e assumersi a volte qualche rischio.

Bisogna sapere che la dignità e una posizione sostenuta da parte di un Paese con dignità e coerenza rafforza la sua autorevolezza (in questo caso parlo naturalmente dell'Italia), e può sicuramente avere degli effetti positivi, anche dal punto di vista pratico e delle relazioni commerciali, che compensano quel poco di benevolenza in meno che si teme di avere se si assumono posizioni troppo chiare. (Applausi della senatrice Soliani).

PRESIDENTE. Metto ai voti la mozione n. 73 (testo 3), presentata dalla senatrice Soliani e da altri senatori.

È approvata.

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