06/03/2011
Dal porto di Maday nessun vantaggio per i residenti
Articolo di Khin Oo Thar

Fino a poco tempo fa l’Isola di Maday, localizzata sulla costa del Golfo del Bengala nell’Arakan, Stato occidentale della Birmania, era un’isola praticamente sconosciuta e incontaminata, dotata di risorse e bellezze naturali che garantivano il sostentamento dei circa 2400 residenti.

Tutto è cambiato nel 2009, quando il capo della giunta birmana generale Than Shwe e il vicepresidente cinese Xi Jinping hanno concluso un accordo per la costruzione sull’isola di un porto per navi a pescaggio profondo; il porto verrà utilizzato dalla Cina per l’importazione di greggio dall’Africa e dal Medio Oriente, come pure per l’approvvigionamento di gas naturale dallo Stato dell’Arakan.                                                    

Attualmente la Cina importa greggio dall’Africa e dal Medio Oriente per circa l’80% del proprio fabbisogno di combustibili attraverso lo Stretto di Malacca. Di conseguenza, i costi di trasporto sono elevati, i tempi di trasporto sono lunghi e non mancano le potenziali minacce di assalti dei pirati lungo lo Stretto. Il completamento del porto per navi a pescaggio profondo sull’isola di Maday permetterà alla Cina di bypassare lo Stretto, risparmiando quindi tempo e denaro.                                                             


Pipeline_Arakan_Cina-Birmania
(Fonte: Reuters)



Nell’agosto del 2007, il regime birmano ha annunciato l’avvio della vendita di gas alla Cina dai blocchi A-1 e A-3 dei giacimenti di gas offshore localizzati al largo della Costa dell’Arakan scoperti nel dicembre 2003. Nel giugno 2008 è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra la China National Petroleum Corporation (CNPC), il regime e ulteriori partner per la vendita e il trasporto di gas verso la Cina. Un accordo per l’esportazione di gas è stato quindi sottoscritto il 24 dicembre dello stesso anno, ai sensi del quale la Birmania ha accettato di fornire gas alla Cina almeno per i prossimi trent’anni.                                                     

Secondo lo Shwe Gas Movement, la vendita di gas porterà alla giunta circa 1,2 miliardi di dollari americani ogni anno. Oltre al porto per navi a pescaggio profondo, imprese cinesi e la coreana Daewoo International Company hanno avviato la costruzione di un serbatoio di petrolio e di gas naturale, oltre a progetti per la costruzione di raffinerie sull’isola di Maday e a Kyaukpru (nota anche come Kyauk Phyu), la piacevole città portuale conosciuta tra il popolo Arakanese come “la seconda a Singapore”, localizzata a circa 13 km dall’isola.   
                                                        
Inoltre la società IGE, di proprietà di Nay Aung, figlio dell’ex Ministro dell’industria Aung Thaung, si è vista assegnare un contratto per la costruzione di gasdotti dall’isola di Maday alla Cina.                                                  

Secondo Arakan Oil Watch (AOW), un’organizzazione non governativa indipendente membro attivo del Shwe Gas Movement, l’oleodotto del valore di 1,5 miliardi di dollari, capace di trasportare 12 milioni di tonnellate di greggio all’anno, coprirà una distanza pari a circa 1100 km dall’Isola di Maday alla città cinese di Kunming attraverso la parte centrale della Birmania.

Le condotte per il trasporto di gas naturale scorreranno parallelamente all’oleodotto per una distanza addirittura maggiore, dalla città di Kunming alla Provincia di Guizhou e quindi alla regione autonoma di Guangxi Zhuang, per un totale di circa 1700 km. Si prevede ogni anno il trasporto di 12 miliardi di metri cubi di gas naturale verso la Cina.

La CNPC è a capo del progetto per la costruzione del porto per navi a pescaggio profondo sull’Isola di Maday, e dirige circa altre 10 imprese cinesi partecipanti. Inoltre il Raggruppamento di imprese The Htoo Group of Companies e Asia World, rispettivamente di proprietà dei magnati birmani Tay Za e Zaw Zaw, dovrebbero essersi aggiudicate il permesso per la costruzione di alcune parti del porto.                                  

Secondo Arakan Oil Watch, la CNPC ha avviato la costruzione del porto per navi a pescaggio profondo e di un serbatoio di petrolio sull’isola di Maday nell’ottobre del 2010; i progetti dovrebbero essere completati entro il 2013. La costruzione ha già comportato un caro prezzo per l’ambiente montano dell’isola e per i circa 2400 residenti nei sei villaggi.

Secondo i locali, le terre dell’isola di Maday vengono confiscate per la costruzione del porto e della raffineria, mentre le terre confiscate a Kyaukpru vengono destinate alla costruzione di un aeroporto internazionale, hotel, campi da golf e ospedali. Inoltre circa 500 acri di terreno nei pressi della Pagoda di Gangawtaw a Kyaukpru sono stati confiscati per la costruzione di una raffineria di gas. “Cinque montagne dell’Isola di Maday sono già state livellate e numerosi terreni destinati a giardini sono stati confiscati e liberati.

                                         
La confisca dei terreni agricoli prosegue a seconda delle necessità”, ha affermato un residente del Villaggio di Ywarma sull’isola di Maday. “Per gente di campagna come noi l’agricoltura e il giardinaggio costituiscono le attività principali. Senza le terre non abbiamo nulla su cui lavorare”, ha affermato un altro abitante di un villaggio dell’isola di Maday i cui terreni sono stati confiscati.                                        

U Ohn, ambientalista tra i più noti in Birmania e vicepresidente dell’associazione ambientalista Forest Resource Environment Development and Conservation Association, ha dichiarato a The Irrawaddy che l’ambiente dell’Isola di Maday e delle zone circostanti Kyaukpru sarà duramente colpito dalle attività di costruzione del porto e dai progetti correlati.

“Tutte le informazioni pubblicate in merito alla conservazione dell’ambiente sono di grande valore, ma è tutto inutile se non si passa alla fase di attuazione. Non siamo stati consultati in nulla per quanto riguarda l’impatto ambientale dei progetti a Kyaukpru,” ha affermato U Ohn, che ha anche aggiunto che i residui e le sostanze chimiche velenose risultanti dall’estrazione del gas non solo influiranno sull’ambiente, ma metteranno anche in pericolo gli animali acquatici, dato che ne conseguirà un fortissimo inquinamento delle acque.                                                            
Un ulteriore risultato dei progetti sarà la distruzione delle montagne, delle foreste di mangrovie e delle scogliere lungo la costa. Gli abitanti dell’Isola Maday affermano che al di là delle difficoltà economiche cui dovranno far fronte a causa della confisca dei terreni agricoli e dei giardini, essi sono fortemente preoccupati dalla mancanza di una qualunque linea di riparo qualora dovessero verificarsi catastrofi naturali.                                      

Gli abitanti affermano di dovere la loro sopravvivenza dopo il passaggio del ciclone Giri nell’ottobre del 2010 solamente alla protezione garantita dalle montagne circostanti l’isola, le quali sono state ora rase al suolo una dopo l’altra per lasciare spazio al progetto di costruzione portuale.  

“Le montagne ci proteggono da disastri naturali, quali tempeste e inondazioni. Senza le montagne che ci circondano siamo esposti a qualunque tipo di catastrofe”, ha affermato un residente dell’isola di Maday.

Tuttavia il regime insiste sul fatto che nonostante l’impatto ambientale e i sacrifici cui i residenti locali dovranno far fronte, la costruzione del porto per navi a pescaggio profondo va comunque perseguita, date le positive ripercussioni in termini di sviluppo su tutta l’area di Kyaukpru.               

“È certamente vero che la nostra area godrà di un forte sviluppo grazie a questi progetti, ma gli svantaggi saranno superiori rispetto ai benefici”, ha affermato un avvocato di Kyaukpru. “La Cina trarrà risorse naturali dalla nostra area per circa trent’anni; una volta conclusi questi progetti non avremo null’altro che edifici vuoti”.    

Sempre secondo lo stesso avvocato, se il regime intendesse veramente promuovere lo sviluppo locale dovrebbe alimentare le competenze dei giovani che vivono nell’area e far sì che essi partecipino ai progetti. Sembra però accadere esattamente l’opposto, dato che ai locali sembrerebbe preclusa la possibilità di lavorare nel progetto di realizzazione del porto.        

Sembra inoltre che la CNPC e le sue affiliate non permettano ai locali di lavorare nei loro progetti, mentre a molti cittadini cinesi sono stati assegnati incarichi vari. Secondo i residenti di Kyaukpru sono circa 2000 i cittadini cinesi che attualmente lavorano nella loro regione.                                       

“I nostri terreni sono stati confiscati, ma non ci permettono di lavorare in quei progetti. Non possiamo nemmeno andare a pesca e muoverci liberamente nelle aree circostanti”, ha affermato un residente dell’Isola di Maday.  
  
Coloro che hanno perso i propri terreni sono stati compensati con una cifra variabile tra 200.000 e 700.000 kyat [230-805 dollari] per acro, rispetto ad un valore minimo di mercato di almeno un milione di kyat per acro. “Abbiamo ricevuto appena un terzo dell’indennizzo versato da imprese straniere; le autorità locali hanno intascato la differenza”, ha confermato un abitante del Villaggio di Kyauk Tan dell’Isola di Maday.

Ai locali è vietato lavorare alla costruzione del porto, ma essi possono invece trovare occupazione nelle mansioni più dure del progetto per la realizzazione della raffineria di gas. “Guadagno 1.500 kyat [1.70 dollari] e lavoro dalle sei della mattina alle sei di sera” ha dichiarato un lavoratore, il quale prosegue affermando che sebbene il suo salario quotidiano sia troppo basso rispetto ai prezzi correnti dei beni di prima necessità, non c’è comunque altra scelta, dato che non ci sono altre possibilità di occupazione.        

Le lavoratrici guadagnano addirittura di meno, circa 1.000 kyat [1,15 dollari] al giorno, ha proseguito il lavoratore. 

Oltre ai cinesi, giungeranno nell’area di Kyaukpru anche persone provenienti da altre parti della Birmania alla ricerca di un lavoro nei progetti in corso. Ristoranti, locali di intrattenimento, bar e anche bordelli fioriscono in tutta l’area per soddisfare le necessità di questi lavoratori.  

“Ci capita di vedere persone accompagnate in auto e moto da operatrici del sesso. Non possiamo farci niente, sono le autorità che hanno permesso questo business”, dichiara un residente di Kyaukpru. Le imprese cinesi non osservano le norme locali e non hanno nessun rispetto per la religione. Alcuni lavoratori consumano addirittura alcol all’interno dei monasteri, prosegue il residente.        

Tra i vari sacrifici, i residenti di Kyaukpru devono far fronte all’amara ironia di un accesso ridotto all’elettricità, anche se la loro area è ricca di petrolio e gas naturale. I residenti sono costretti a utilizzare legname e carbonella per riscaldarsi e per cucinare. “Un’unità di conto di elettricità costa 600 kyat [0,7 dollari]. Una bolletta media mensile ammonta a oltre 20.000 kyat per ciascuna famiglia. Chi ha un’impresa deve pagare più di 100.000 kyat”, afferma un residente di Kyaukpru. I cittadini di Sittwe, la capitale dello Stato dell’Arakan, affermano di disporre dell’elettricità per appena tre ore al giorno.

Quattro progetti per la costruzione di centrali idroelettriche sono attualmente in corso di realizzazione nello Stato dell’Arakan, ma il regime ha già concluso accordi con Cina, India e Bangladesh per la vendita dell’elettricità prodotta da queste centrali.                 



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