20/08/2009
Birmani costretti al lavoro forzato sul gasdotto della Total - The Independent
Pubblichiamo una notizia uscita qualche giorno fa sull’INDEPENDENT (14 Agosto 2009) sull’uso del lavoro forzato nell’ambito dei lavori di costruzione del gasdotto Yadana. Critiche in questo senso giungono ormai da anni ed hanno anche coinvolto l’americana UNOCAL, così come denunciato dal documentario Total Denial di Milena Kaneva.  



THE INDEPENDENT –  Il gigante francese dell’energia Total è al centro di accuse secondo le quali degli abitanti birmani sono stati usati come lavoratori forzati per il lavori di supporto ad un immenso gasdotto che sta portando nelle casse del regime centinaia di milioni di dollari.

Testimonianze dagli abitanti del posto e ex-soldati raccolti da attivisti dei diritti umani suggeriscono  che i soldati birmani, che forniscono i servizi di sicurezza per il gasdotto Yadana in nome della Total, stanno forzando migliaia di persone a lavorare come portatori, trasportatori di legno e riparatori di strade nell’area del gasdotto. Sono stati anche costretti a costruire le stazioni della polizia e le caserme.
Un abitante, chiamato con la pseudonimo di Htay Win Oo, ha detto ai ricercatori del gruppo umanitario basato in Thailandia EarthRights International (ERI): “Dall’inizio del 2009 ho visto i soldati birmani… stazionare vicino al nostro villaggio e chiedere al nostro villaggio di costruire un nuovo campo per la polizia. I soldati ordinavano ai locali di costruire un nuovo campo a fine Marzo. La terra destinata alla costruzione apparteneva alla gente del posto… i soldati hanno ordinato agli abitanti di aiutare a costruirla. Gli abitanti hanno dovuto tagliare il bamboo, la legna e la paglia per la costruzione e, allo stesso tempo, hanno dovuto costruirla”.            

La Giunta birmana, lo State Peace and Development Council, ha messo ufficialmente al bando l’uso del lavoro forzato nel 1999. Comunque, le truppe di tanto in tanto forzano i civili a lavorare per loro e quando questi rifiutano spesso li picchiano, li torturano e qualche volta li uccidono.           

La TOTAL insiste che il lavoro forzato non è usato vicino al gasdotto. Sul sito internet, la società afferma “Gli abitanti nei pressi della Yadana pipeline dicono di essere molto felici di averci lì. Sono, soprattutto, riconoscenti del fatto che non c’è lavoro forzato in quelle aree”.           

Tuttavia queste affermazioni non sono sostenute dall’ILO, l’Agenzia delle Nazioni Unite che lavora in Birmania per cercare di fermare il lavoro forzato.          

Steve Marshall, portavoce dell’ILO, ha dichiarato: “Sarebbe ingiusto e inaccurato dire che l’area del gasdotto è libera dal lavoro forzato. La TOTAL  non controlla l’area, ci lavora. In termini di area del gasdotto, ci sono grandi porzioni che sono fuori dal suo controllo. Per come abbiamo capito, il lavoro forzato è perpetrato lì da altre entità, sebbene in misura minore che in altre aree”.            

I dati raccolti dall’ERI, che saranno pubblicati il mese prossimo, suggeriscono che i locali sono normalmente forzati a lavorare in vari modi. Un ex-soldato dal  Battaglione 273 ha affermato “Ci è stato detto che era un progetto di 30 anni e che il Paese avrebbe preso metà dei benefici e gli stranieri l’altra metà… Abbiamo chiesto ai locali di portare munizioni, cibo e provviste”.            

“Durante il trasporto i soldati non trattano i portatori bene. Non voglio raccontare di queste brutte cose perché anche io ho fatto le stesse cose a quel tempo”. Matthew Smith, dell’ERI, ha detto che la TOTAL sta confondendo il pubblico, gli azionisti e gli investitori circa il suo impatto in Birmania e ha detto che la società è responsabile degli abusi commessi dalle truppe che offrono la sicurezza per il progetto. “I dati sono inattaccabili circa il fatto che il progetto Yadana ha fatto entrare l’esercito birmano e che l’esercito birmano continua a garantire la sicurezza per le compagnia e il progetto” ha detto “La compagnia è complice degli abusi”.              

La questione se le società straniere, con un occhio sulla Birmania ricca di petrolio e gas, devono investire in uno dei regimi più repressivi del mondo, è tornata alla ribalta in seguito alla decisione di questa settimana del regime di tenere agli arresti la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi per altri 18 mesi e alla conseguente richiesta da parte degli attivisti di inasprire le sanzioni.            

Tuttavia progetti come il gasdotto Yadana, che trasporta gas dale isole Andamane, attraverso la Birmania, e verso la Thailandia, è enormemente attrattivo sia per gli investitori che per la giunta. Ricerche suggeriscono che il regime ha guadagnato 969 milioni di dollari dal progetto nel solo 2007. La TOTAL si è rifiutata di dire quanto ha guadagnato.             

Non è la prima volta che la TOTAL è al centro di accuse sul lavoro forzato in Birmania. Nel 2005 ha pagato 6.12 milioni di dollari con un accordo extra-giudiziale dopo che un gruppi di abitanti nei pressi del gasdotto aveva accusato la società di essere coinvolta in abusi di diritti umani.              

La notte scorsa una portavoce della TOTAL ha detto: “Stiamo studiando le accuse della ERI e intendiamo rispondere sul nostro sito non appena possibile. Dovrebbe essere sottolineato che la gente nei villaggi attorno alla pipeline è grata del fatto che il ricorso sistematico al lavoro forzato nell’area in cui opera la Total è stato fermato. Tale riconoscimento è stato costantemente ripetuto da esperti indipendenti periodicamente incaricati di valutare periodicamente l’impatto delle nostre attività”. 



(Puoi leggere l'articolo in originale sul The Independent)


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