14/10/2015
Birmania: confermate le elezioni dell'8 novembre
Le elezioni politiche in Birmania sono un grande passo verso la democrazia, tuttavia mostrano profonde ingiustizie: Aung San Suu Kyi non può diventare presidente e non tutti i cittadini possono votare.
I cittadini della Birmania (Myanmar) saranno chiamati a votare, l’8 novembre, per scegliere i membri del parlamento che governeranno per i prossimi cinque anni. Sono le prime elezioni politiche dopo i cinquant’anni di dittatura militare terminata nel 2011, momento in cui il paese ha iniziato un processo di riforma politica spianando la strada verso la democrazia. Tuttavia, nonostante il governo sia ufficialmente una repubblica presidenziale, l’esercito continua ad avere notevoli poteri.

Il parlamento è composto dai membri eletti della camera alta e della camera bassa, e dagli ufficiali militari non eletti. I rappresentanti di questi tre gruppi, come sancito dalla costituzione del 2008, nominano il presidente durante una sessione di voto, a seguito di lunghe trattative. Vista la complessità del processo, è piuttosto improbabile che il nuovo presidente verrà scelto e il nuovo governo formato prima di marzo 2016.
Alle elezioni parteciperanno novanta partiti, fatto che rispecchia la diversità etnica del Myanmar. Infatti, la molteplicità di etnie del paese è suddivisa in otto gruppi etnici principali: i Bamar (birmani), che vivono nelle sette regioni con il 44 per cento dei seggi, più le sette più grandi minoranze etniche che vivono negli stati con il 31 per cento dei seggi. Il restante 25 per cento è riservato invece ai militari.

I principali candidati sono il partito dell’attuale presidente Thein Sein, Union Solidarity and Development Party (Usdp), e il più grande partito dell’opposizione, National League for Democracy (Nld), guidato da Aung San Suu Kyi.
Tuttavia, la costituzione del paese, imposta dalla giunta militare, vieta a qualsiasi cittadino che abbia persone straniere tra i membri della propria famiglia di essere eletto presidente. Ciò significa che Aung San Suu Kyi, il cui defunto marito era inglese e due dei suoi figli possiedono il passaporto britannico, non potrà mai andare al governo, a prescindere dal risultato delle elezioni. Questa condizione non cambierà nel breve periodo, dato che gli emendamenti costituzionali richiedono almeno il 75 per cento dei voti di entrambe le camere, garantendo così il potere di veto all’esercito su qualsiasi decisione.
Un altro aspetto controverso delle elezioni è il fatto che il gruppo etnico musulmano dei rohingya non potrà votare. All’inizio di quest’anno il presidente Thein Sein ha infatti dichiarato nulli i loro documenti di identità, rendendoli così incapaci di dimostrare la propria cittadinanza, necessaria per registrarsi al voto. Decisione che l’organizzazione Human rights watch ha definito “una nube che oscura l’integrità democratica delle elezioni”, e che si pensa essere una mossa elettorale volta a compiacere il numero sempre più alto di buddisti nazionalisti, intolleranti nei confronti della minoranza musulmana.
Aung San Suu Kyi ha nel frattempo lanciato un appello alla
comunità internazionale per aiutare il Myanmar, affinché “osservi ciò che accadrà prima, dopo e, soprattutto, durante le elezioni,” momento cruciale segnato dalle negoziazioni tra le parti per decidere il futuro del paese.

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