21/07/2015
False divisioni tra i militari e il partito di governo fanno presupporre che il ruolo dei militari rimarrà intatto
da qui alle prossime elezioni, e dopo, poco cambierà.

La maggior parte delle notizie politiche in Birmania si concentrano sulle divisioni tra il governo, dominato dai militari del Presidente Thein Sein e l’’opposizione guidata da Aung San Suu Kyi. Ciò nonostante, la storia più interessante riguarda la crescente divisione tra i militari e il partito di governo. Anche se l’USDP all’inizio è stata creata per rafforzare il ruolo dei militari, sempre di più ha mostrato segni di un percorso indipendente. Un esempio ne è il fatto che il 10 luglio scorso, i parlamentari dell’USDP sono stati sconfitti nel tentativo di far passare gli emendamenti alla costituzione del 2008 che avrebbero assicurato un maggior decentramento politico. I parlamentari del partito di governo si sono scontrati con l’opposizione in blocco dei parlamentari nominati dai militari. I membri del parlamento che rappresentano le forze armate, nominati dai militari e non eletti, hanno  spazzato via gli emendamenti proposti dai legislatori del partito di governo con la modifica dell’articolo 261 che da al presidente il potere di nominare i capi delle 14 regioni. La costituzione affida infatti al presidente il potere discrezionale anche di far dimettere o cambiare i leader regionali, noti come Primi Ministri e i  governi regionali non hanno alcun diritto di parola sull’argomento. I riformatori avevano proposto che i parlamenti regionali potessero eleggere i Primi Ministri delle loro regioni o Stati. Una motivazione alla base della proposta di cambiamento era che questa aiuterebbe a costruire la riconciliazione nazionale tra il governo centrale e le minoranze etniche, che predominano in alcune regioni. Le minoranze etniche hanno iniziato a combattere per i loro diritti subito dopo il raggiungimento dell’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948 e da allora la guerra civile non si è mai interrotta.  “l’emendamento dell’Art. 261 è fondamentale per costruire la fiducia reciproca nell’Unione” ha dichiarato Thein Nyunt un autorevole parlamentare di Rangoon, facendo riferimento alla questione. “ è importante ed è una questione che riguarda la riconciliazione nazionale”.

Il rifiuto da parte dei militari di approvare anche un cambiamento così modesto alla costituzione è stata una sorpresa per molti. L’USDP probabilmente ha deciso questa mossa per rafforzare le sue credenziali democratiche minando la leader dell’opposizione democratica Aung San Suu Kyi e riducendo il sostegno dei gruppi etnici. L’NLD, il partito di Aung San Suu Kyi, su questo fronte potrebbe essere vulnerabile, visto che deve ancora sviluppare la sua politica nei confronti delle regioni e degli stati etnici prima delle elezioni di novembre.

Qualunque fossero i calcoli originari dell’USDP ora appare chiaro che i militari vedono pochi motivi per arrivare ad un compromesso con gli oppositori. ”I funzionari militari e i militari in pensione non vogliono fare alcuna concessione, neanche minima, come l’emendamento dell’art’ 261” ha dichiarato Yan Myo Thein, un commentatore politico di Rangoon. “ non hanno la volontà politica di cambiare”.

Prima che i parlamentari dell’esercito bloccassero i tentativi di modifica dell’Art. 261, avevano già fatto lo stesso opponendosi alla modifica di altri articoli, compreso quello che prevedeva l’abbassamento della soglia per emedndare la costituzione, che garantisce ai militari il 25 % dei seggi  in parlamento dando potere di veto a qualsiasi cambiamento. I militari del parlamento continuano a ribadire  che l’opposizione all’emendamento nasce dalla necessità di mantenere la stabilità nel paese. “ stiamo garantendo la stabilità con il 25 % dei parlamentari nominati dall’esercito” ha dichiarato il Brigadiere generale Tin San Hlaing, egli stesso parlamentare militare. “se questi articoli dovessero veramente essere modificati i rappresentanti dei militari non esiterebbero a farlo”.

Tutto questo fa ritenere che le forze armate si stiano distanziando apertamente dall’USDP, che è attualmente guidato da Shwe Mann, un ex generale ora portavoce della Camera Bassa del Parlamento e che aspirava a diventare presidente con le elezioni del 2010 e prima che si insediasse il nuovo governo nel 2011.  Anche se allora Shwe Mann non è riuscito ad avere il sostegno da Than Shwe, il generale che guidava all’epoca la giunta militare, ha continuato a mettere gli occhi sul posto di presidente. Nel corso dei quattro anni trascorsi Shwe Mann ha monitorato un crescente aumento del potere del parlamento, trasformando l’allora inefficiente organismo in un contropotere all’amministrazione del Presidente Thein Sein e vi sono indicazioni che i membri del gabinetto  presidenziale, come pure le più alte cariche dell’esercito stanno iniziando a sentirsi minacciati dai loro ex colleghi dell’USDP. La lotta di potere tra le élite sembra intensificarsi con il passare delle settimane prima delle elezioni. La leadership dell’USDP ha dimostrato la sua posizione rifiutando di garantire ai due bracci destro del presidente il diritto a candidarsi in due distretti in cui il partito è sicuro di vincere. Il partito ha rifiutato le richieste di due vice ministri Soe Thane e Aung Min di candidarsi in due distretti sicuri, dichiarando che “la loro richiesta non è in linea con le politiche del partito”. Questo atto aperto di sfida è stato duro colpo per il presidente.  Attualmente l’Assemblea Nazionale funziona come opposizione al potere esecutivo” ha dichiarato “Win Tin, editore dell’Union Daily, il quotidiano ufficiale dell’USDP. Egli ha sottolineato che il partito di governo e quello dell’opposizione NLD, nemici giurati fino a non molto tempo fa ora si consultano tra di loro e alcune volte coordinano le loro azioni in parlamento.” Quindi l’USDP e l’NLD stanno lavorando insieme per il bene del paese”.

 Alcuni commentatori  come Yan Myo Thein, smentiscono le voci di una spaccatura nell’élite,  e ritengono che tutto ciò  sia una messinscena costruita ad arte allo scopo di emarginare dal potere Aung San Suu Kyi. “E’ tutto solo un gioco di carte” ha detto “hanno in mano il potere e conoscono tutte le carte della Lady. Non credo vi sia una reale divisione, ma solo una guerra psicologica”

Tutto questo rende la politica birmana più interessante di quanto lo fosse ai vecchi tempi. Ma  considerata la storia del paese, nessuno si aspetta che i militari rinuncino e se ne vadano in silenzio. Se ci fosse stato qualche dubbio su quel voto, questo sarebbe stato cancellato da Min Aung Hlaing, comandante in capo delle forze armate, che  ha sorpreso tutti concedendo una inaspettata intervista alla BBC. Nell’intervista il generale ha dichiarato che nessuno si dovrebbe aspettare che i militari si ritirino dalla politica fino a quando il governo e le minoranze etniche ribelli concluderanno un accordo di pace e metteranno fine alla guerra civile. Allora e solo allora, ha spiegato il generale, i militari finalmente sentiranno che sarà sufficientemente sicuro delegare le questioni nazionali ai civili. Non c’è bisogno di dire che, fino a quando le cose rimarranno come sono oggi, è molto improbabile che si firmerà qualsiasi accordo di pace prima delle elezioni. I generali hanno ancora molta strada da fare prima di lasciare il campo.

News