16/12/2015
il Yangon Stock Exchange apre i battenti

Dopo le prime “vere” elezioni dal 1990 e nel bel mezzo del primo pacifico passaggio di potere della sua storia, per la Birmania arriva oggi un altro debutto, quello del neo-nato Yangon stock exchange, Ysx. È l’ennesima “prima volta” resa possibile dal nuovo corso inaugurato nel 2011, quando la giunta militare ha avviato un graduale percorso di riforme.

Quella di oggi, come ammette l’organismo di vigilanza sulla Borsa, è un’apertura solo simbolica, dato non è ancora chiaro chi saranno i brokers, i sottoscrittori e le società quotate. Voci di mercato parlano di una lista di dieci potenziali candidati, tra i quali First Myanmar investment, un conglomerato con interessi che svariano dagli ospedali alle compagnie aeree, Myanmar citizens bank e Myanmar Thilawa Sez holding, la società che detiene una quota della zona industriale di Thilawa, finanziata dal Giappone. Così come giapponese è parte dei 24 milioni di dollari capitale investiti per lanciare la Borsa di Yangon, attraverso la partecipazione di due gruppi: Japan Exchange, proprietario della Borsa di Tokyo, e Daiwa securities (insieme detengono il 49% dello Ysx).

Fino a tre anni fa, in Mynamar era impossibile comprare un’auto nuova, non c’erano bancomat, i servizi telefonici mobili erano quasi inesistenti. Oggi, dopo la decisione di lasciar fluttuare la moneta sul mercato, l’apertura a investitori stranieri di diversi settori dell’economia, compreso quello bancario, il Paese fa un altro passo verso la modernità. Anche se per il suono della campanella e l’apertura delle contrattazioni ci sarà da aspettare ancora.

Non troppo però, a meno di non voler ripetere il fiasco della Borsa cambogiana, che a quattro anni dal lancio conta appena tre società quotate, oppure di quella laotiana, che ne annovera quattro. Tra gli ostacoli sul sullo sviluppo dell’Ysx spiccano la mancanza di una normativa adeguata e trasparente, il divieto di contrattazione per i soggetti stranieri, che non potranno quotarsi né comprare azioni, l’obbligo di operare in moneta locale e la scarsa consapevolezza tra i birmani. Senza contare che la società che detiene il 51% della Borsa di Yangon, Myanmar economic bank, è ancora sottoposta alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti quando la Birmania era nella morsa della giunta.

Nel lungo termine, spiega il numero uno di Telenor in Birmania, Petter Furberg, alla Cnbc, «speriamo che il listino azionario possa portare allo sviluppo di un mercato del debito, che potrebbe essere interessante anche per le compagnie estere». L’operatore di telefonia norvegese Telenor ha aperto il suo primo call center a Yangon nel settembre del 2014, otto mesi dopo essersi aggiudicata una delle tre licenze finora rilasciate dal Governo. Quell’anno, la Birmania ha attratto 8,1 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri (Ide), contro i 330 milioni del 2009.

Quest’anno, però, il flusso degli Ide ha fortemente frenato e il Governo prevede di arrivare 6 miliardi nel 2015. Le multinazionali stanno aspettando di capire quali conseguenze avrà sul quadro economico e politico il passaggio di testimone nelle mani di Aung San Suu Kyi, che si concluderà solo nel corso del 2016, quando il nuovo presidente sarà eletto e potrà nominare.

Tecnicamente, lo Yangon stock exchange sarà la seconda Borsa della Birmania, dopo lo sconosciuto Securities exchange center: da 17 anni i suoi otto dipendenti scrivono con un pennarello su una lavagna bianca i prezzi delle due società. Una delle tante reliquie che il Paese spera di lasciarsi definitivamente alle spalle, assieme al regime dei militari.



                                                                     



                                    
                                                                              
tradotto da GIUSEPPE DE GREGORIO

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