04/04/2014
L’ottimismo USA sulle riforme birmane diminuisce
Cammino pieno di ostacoli di fronte al rallentamento delle riforme politiche

Molte sono le preoccupazioni circa la volontà di riformare la costituzione per permettere alla leader birmana di candidarsi alla presidenza della repubblica,  di interrompere le tensioni etnico religiose nello stato Rakhine e di porre fine al crescente nazionalismo buddista che si teme possa aumentare con l'avvicinarsi delle elezioni.

WASHINGTON — due anni dopo l’annuncio Usa sulla normalizzazione dei rapporti diplomatici con la Birmania, l’ottimismo a Washington sull’abbraccio della  democrazia da parte del paese asiatico sta svanendo e stanno crescendo le preoccupazioni sulla crisi della minoranza mussulmana. Ciò che è stato visto come un successo della politica estera della amministrazione Obama, sostenuta sia dai democratici che dai repubblicani si trova di fronte ad un cammino pieno di ostacoli di fronte al rallentamento delle riforme politiche e all’aumento delle critiche del congresso USA. I legislatori stanno frustrando i tentativi americani di impegnare i potenti militari birmani e l’antipatia aumenterà se la leader dell’opposizione birmana Aung san Suu Kyi, da sempre apprezzata a Washington, sarà bloccata il prossimo anno nella sua corsa per la presidenza  per completare una trasformazione simile a quella effettuata da Mandela, ovvero da prigioniera politica a capo dello stato.

Suu Kyi è ineleggibile a presidente perché sposata ad uno straniero. Mentre gli USA sostengono di rimanere speranzosi, che si possa emendare la costituzione in modo da permettere a Suu Kyi di correre, i sostenitori del congresso affermano che i funzionari USA sono pessimisti su questa eventualità prima delle elezioni nazionali della fine del 2015. Le riforme costituzionali sono necessaria anche per ridurre il ruolo politico dei militari e per dare risposta alle richieste di autonomia da parte delle minoranze. I funzionari USA hanno dichiarato all’Associated Press che le riforme costituzionali sono un processo evolutivo e che i cambiamenti principali potrebbero non avvenire prima delle riforme, un obiettivo chiave nella transizione birmana da cinque decenni di regime militare repressivo. Ma le preoccupazioni maggiori per gli USA riguarda l’onda crescente di nazionalismo buddhista che si ritiene possa intensificarsi con l’avvicinarsi delle elezioni. Il comitato per gli Affari Esteri della Camera la settimana scorsa ha chiesto la fine della persecuzione dei mussulmani Rohingya senza stato, in una delle maggiori critiche del congresso nei confronti del governo riformista birmano.

Il presidente repubblicano  del Comitato Ed Royce, ha chiesto se gli USA debbano sposare la riconciliazione diplomatica con la Birmania, mentre i diritti umani stanno peggiorando. Il paese considera i Rohingya come immigrati illegali dal Bangladesh, anche se molti di loro vivono in Birmania da generazioni. Circa 140.000 Rohingya sfollati dalle violenze dalla metà del 2012  vivono in campi sporchi e sovraffollati che li segregano dai buddhisti. Decine di migliaia di Rohingya sono fuggiti dal paese in barca. Un mese fa la Birmania ha sospeso le operazioni di Medicina senza frontiere, la struttura che fornisce aiuti sanitari nello stato Arakan colpito dal conflitto. Altre agenzie umanitarie sono dovute fuggire questa settimana a causa degli attacchi da parte di folle di buddhisti che come hanno affermato gli USA stanno minacciando la risposta umanitaria nello stato. Il porta voce del Dipartimento di stato Marie Harf  ha espresso la sua più profonda preoccupazione sulla “crisi umanitaria “ in quello stato.

“Attualmente larghi segmenti di popolazione non hanno accesso a servizi sanitari adeguati come acqua, sanità e cibo. Il governo non è riuscito a garantire una sicurezza adeguata e le necessarie autorizzazioni di viaggio per i funzionari delle agenzie umanitarie perché possano riprendere le loro attività a difesa della vita” ha dichiarato. Questa dura dichiarazione è arrivata dopo due anni dal giorno in cui il segretario di stato Hillary Rodham Clinton ha annunciato la nomina da parte degli USA del primo ambasciatore  in Birmania dopo venti anni, mettendo fine all’isolamento diplomatico. Dal novembre 2012 gli Usa hanno sospeso la maggior parte delle restrizioni sugli aiuti, commercio e investimenti e Barack Obama  è diventato il primo presidente USA a visitare la Birmania incontrando Suu Kyi nella sua villa sul lago dove aveva vissuto imprigionata. La visita di Obama aveva coronato una rapida trasformazione nelle relazioni e i funzionari USA hanno dichiarato di rimanere ottimisti circa il percorso del paese, sottolineando il rilascio di centinaia di prigionieri politici, le riforme economiche e l’allentamento delle restrizioni sui media e sui sindacati. Il governo sta cercando anche di arrivare alla pace con i gruppi etnici armati che hanno lottato contro il governo centrale sin dai tempi dell’indipendenza avvenuta nel 1948.

Un’ indagine finanziata negli Stati Uniti e pubblicata martedì scorso dall’ International Republican Institute ha rilevato che l’88% delle persone campionate in Birmania e che hanno risposto, ritengono che le cose stiano andando nella giusta direzione e il 57% ritiene che la loro situazione economica stia migliorando nell’anno in corso. Il margine di errore è di più o meno di due punti.

Nell'ultimo incontro diplomatico, il Segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel ha ospitato il ministro della difesa della Birmani. L’incontro, con  alti funzionari della difesa del sudest asiatico, si è tenuto questa settimana alle Hawaii. L’amministrazione ritiene che il coinvolgimento dei militari sia un modo per spingere l’esercito birmano ad adottare le norme internazionali. Questo approccio, che  ha il sostegno dei legislatori che sovrintendono le politiche di difesa, prevede la formazione dei militari birmani sui diritti umani, lo stato di diritto e l’intervento in caso di disastri. Ma questa spinta è ostacolata dai legislatori che si occupano di politica estera, visto che sono influenzati dalle organizzazioni per i diritti umani che temono che l'avvio di un programma di formazione privo di obiettivi di riferimento chiari sulle azioni necessarie in Birmania, potrebbe portare ad un ampliamento strisciante dei legami militari, conferendo prestigio ad un esercito ancora coinvolto in abusi come stupri e torture. Mentre la Birmania è molto più aperta di quanto lo fosse sotto il regime militare, deve ancora permettere all’alto Commissario ONU per i diritti Umani di aprire un ufficio  nel paese, come promesso ad Obama nel corso del suo viaggio in Birmania nel novembre 2012. Come risultato, l’organismo Onu più importante sui diritti umani ha votato la scorsa settimana la nomina di un altro Relatore che monitori il paese, così come è stato per l’Iran e la Corea del Nord.

 

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